Il termine insonnia indica un fenomeno soggettivo, perché
ogni persona ne ha una percezione individuale. Alcuni
trovano naturale dormire 3 o 4 ore per notte: sono i
cosiddetti dormitori brevi, che dormono meno del 75%
delle ore di sonno necessarie ai loro coetanei.
Per i dormitori lunghi invece, 9 ore di sonno sono il
minimo necessario per sentirsi in forma. Secondo il
profilo psicologico tracciato da un ipnologo americano,
i dormitori brevi sono persone efficienti, ambiziose,
conformiste, sicure di sé e poco apprensive.
I dormitori lunghi sono meno soddisfatti di sé,
più critici, apprensivi, leggermente depressi,
ma spesso dotati di creatività e senso artistico.
In linea teorica, l’ottimale si colloca, per un
adulto, attorno alle 7-8 ore di sonno.
Che
cos'è l'insonnia
Si può definire 'insonne' una persona che ha
difficoltà ad addormentarsi o che non riesce
a dormire quanto, e soprattutto come, vorrebbe.
L'insonnia infatti si manifesta non soltanto come difficoltà
ad addormentarsi in presenza di un bisogno fisiologico
di sonno; molto spesso una persona si autodefìnisce
'insonne' quando percepisce il suo sonno come insoddisfacente,
con una conseguente spossatezza costante accompagnata
da stati di ansietà.
Statisticamente, l'insonnia presenta nel corso della
vita un andamento ondulatorio:
• tra i 20 e i 40 anni il disturbo sembra affliggere
prevalentemente le donne, specie se sposate e casalinghe,
con una percentuale del 23,1% contro il 14,7% della
popolazione maschile;
• intorno ai 45 anni, il numero degli insonni
si attesta sul 20% in entrambi i sessi;
• verso i 55 anni, le insonnie femminili registrano
un'impennata, con valori attorno al 40%, mentre quelle
maschili salgono ai 30% intorno ai 60 anni.
Si può dunque ritenere che l'insonnia femminile
abbia un picco in corrispondenza della menopausa, e
quella maschile aumenti in concomitanza, con l’età
del pensionamento, due eventi che possono instaurare
uno stato psicologico di 'lutto' a causa della perdita
'di ruolo' o della perdita di identità personale.
La
quantità e la qualità del sonno
La quantità di sonno necessario varia con il
variare dell'età, e differisce da un soggetto
all'altro. In genere, è massima nelle prime fasi
della vita e decresce con l'avanzare degli anni, fino
ad attestarsi su una media di 7-8 ore concentrate in
un singolo periodo della notte.
Più che la durata complessiva, tuttavia, ciò
che conta è la qualità del sonno, che
è strettamente correlata alla possibilità
di attraversare tutte le sue fasi e i suoi stadi. Particolarmente
importante è una corretta alternanza delle fasi
di sonno REM e non REM, che sono complementari e si
alternano ciclicamente 4-5 volte per notte. Ogni ciclo
di sonno REM e non REM dura dai 70 ai 150 minuti, e
costituisce un'unità del sonno che deve essere
vissuta interamente per garantire una sensazione di
riposo. Inoltre, poiché le percentuali di sonno
REM sono massime nelle ultime ore della notte, un'alterazione
del ritmo sonno-veglia, specie se accompagnata da risvegli
precoci, pregiudica spesso la qualità del sonno,
che viene vissuto come insufficiente perché riduce
la possibilità di sognate.
L'insonnia è transitoria quando si prolunga per
pochi giorni, mentre è definita cronica quando
perdura per settimane, mesi o anni. In realtà,
l'insonnia cronica, ossia la difficoltà a dormire
ogni notte per anni, è un fenomeno estremamente
raro.
Il persistente disturbo del sonno interferisce notevolmente
con il benessere psicofisico della persona: non solo
è debilitante, ma può essere anche dannoso
e va quindi affrontato seriamente.
Alcune persone, pur affermando di dormire un numero
sufficiente di ore, lamentano al risveglio una persistente
stanchezza, come se non avessero dormito abbastanza:
sono i cattivi dormitori.
Gli studi condotti sull'argomento hanno dimostrato che
questi individui presentano alterazioni: temperatura
corporea più elevata della norma, frequenza cardiaca
più alta, maggior numero di movimenti corporei
e di vasocostrizioni periferiche.
Bisogna ricordare che l'insonnia è un sintomo
e non una malattia, e in quanto tale rimanda sempre
a un problema sottostante, che può essere di
ordine psichico o fisico.
La
melatonina: un ormone da usare con cautela
L'uso della melatonina nei disturbi del sonno risale
agli anni Novanta, a seguito delle ricerche svolte negli
Stati Uniti sulle possibilità di utilizzare come
sonnifero la sua capacità di regolare i ritmi
circadiani.
La melatonina è un ormone, secreto dalla ghiandola
pineale del cervello, che ha il ruolo di preparare il
corpo al riposo notturno. Il segnale d'innesco del processo
è dato dal buio: non appena la luce diurna scompare,
la ghiandola pineale comincia a secernere l'ormone,
che entra in circolo e fa scattare l’orologio
biologico interno al cervello sulla posizione sonno.
Abbondante nei bambini, la quantità di ormone
secreta decresce con l'età, e questo ha fatto
sospettare il suo coinvolgimento nei processi d'invecchiamento.
All'inizio il suo uso fu limitato ai casi di jet lag
da cambiamento di fuso orario: 3 mg di melatonina assunti
poco dopo il tramonto aiutano l'organismo a risintonizzare
più rapidamente il ritmo circadiano, adeguandolo
alla nuova situazione. Il fatto che, negli animali,
la fluttuazione dei livelli di melatonina infuenzi la
produzione di ormoni sessuali (e l'attività sessuale
in genere) e il suo ruolo nei meccanismi della pubertà
umana indussero a ritenere che assumere questo ormone
potesse migliorare lo stato di salute generale dell'organismo,
l'umore e l'attività sessuale anche nell'uomo,
spingendo molte persone a utilizzarla normalmente.
In realtà questi positivi effetti 'collaterali'
non sono mai stati dimostrati; per contro, sembra che
la melatonina sia rischiosa per chi soffre di disturbi
cardiovascolari, dato che tende a contrarre i vasi sanguigni.
Va inoltre evitata assolutamente in presenza di stati
depressivi e nei bambini, che ne producono già
in abbondanza.
Oltre che nelle sindromi da jet lag, la melatonina viene
utilizzata per riallineare ["orologio biologico'
nei turnisti e in chi soffre di insonnia temporanea,
a piccole dosi e per brevi periodi. Poiché la
luce ne annulla gli effetti, quando si assume melatonina
non bisogna esporsi a fonti luminose di alcun tipo,
nemmeno alla luce artificiale dell'illuminazione domestica.
Quando
la causa è occasionale (ovvero l'insonnia transitoria)
Non riuscire a dormire di tanto in tanto è un
fenomeno naturale, e non dovrebbe suscitare preoccupazione.
Bisogna invece cominciare a preoccuparsi se questa difficoltà
si protrae per parecchie notti, se le cause del problema
non appaiono evidenti o sono di difficile soluzione,
e se la situazione incide negativamente sull'umore,
sulle prestazioni e in generale sulla vita diurna. Anche
se temporanea, l'insonnia non va mai sottovalutata.
È fondamentale individuare le ragioni per le
quali si è soggetti a insonnia transitoria, in
modo da poter intervenire efficacemente. Ecco le cause
più frequenti.
La
sovreccitazione da stress
Le ricerche sui disturbi del sonno evidenziano che stress
e preoccupazioni occupano il primo posto nelle cause
più diffuse dell'insonnia. Il termine stress
indica qualsiasi fonte di perturbazione emotiva che
causi un'alterazione evidente dell'umore, accompagnata
da ansia o eccitazione.
L'entità del disturbo è direttamente proporzionale
alla gravità e alla durata dell'evento stressante.
Non sempre lo stress è dato da eventi negativi;
anche un'emozione felice, come l'attesa di un incontro
importante o una vincita alla lotteria, può provocare
insonnia. La cura migliore è l'eliminazione della
fonte di disturbo: scomparsa la causa, l'insonnia sparisce
spontaneamente. Spesso però non è possibile,
almeno a breve termine, risolvere il problema, e l'insonnia
tende così a diventare cronica. La compensazione
spontanea della perdita di sonno notturno con pisolini
diurni può risultare difficile se l'insonnia
è provocata da ansia, o situazioni stressanti:
infatti, non appena ci si stende sul letto, i pensieri
riemergono prepotentemente, impedendo il sonno.
I
fattori ambientali
La qualità del sonno dipende anche dalle condizioni
ambientali, e in particolare dalla presenza di rumori
disturbanti. Il cervello umano è tuttavia piuttosto
flessibile ed è in grado di 'incorporare' la
presenza di un rumore negli schemi di riferimento abituale.
A condizione, però, che il disturbo sonoro sia
ripetitivo e relativamente costante per tono e intensità
(per esempio, il passaggio di un treno o il suono delle
campane). Una volta incorporati, i suoni non vengono
più rilevati consciamente, e il sonno si regolarizza.
In altri casi, più che il rumore in se stesso
sono lo stress o l'irritazione generati dal disturbo
ad abbassare la soglia di sensibilità al rumore
(per esempio, in presenza di schiamazzi notturni o di
un televisore tenuto a volume elevato), in modo tale
che il cervello non riesce a integrare nei suoi schemi
le emissioni sonore.
La
sindrome da jet lag
La diffusione dei voli transcontinentali ha fatto emergere
un nuovo disturbo, detto sindrome da jet lag. Questo
termine inglese indica l'effetto dei cambiamenti di
fuso orario sul nostro organismo, che provocano l'alterazione
dei ritmi circadiani. L'orologio biologico non è
più in sintonia con i cicli della luce e del
buio, così il corpo si prepara al sonno quando
è necessario essere ben svegli, e, viceversa,
la sveglia scatta quando è il momento di riposare.
Anche le funzioni fisiologiche legate ai ritmi circadiani
risultano scombussolate, come per esempio i ritmi dell'alimentazione.
La sindrome da jet lag risulta curiosamente più
marcata e lunga da smaltire quando il viaggio si svolge
verso est, ovvero quando si va verso un accorciamento
del giorno. Probabilmente questo dipende dalla naturale
propensione dell'organismo a dilatare il ritmo circadiano
quando è privato dei riferimenti esterni.
Se alcune persone riescono a riprogrammare il loro 'orologio
biologico' in un paio di giorni, per altri può
essere necessario un tempo variabile da 1 a 3 settimane.
Ma per quanto veloce sia la capacità di adattamento,
continui cambiamenti di fuso orario non concedono all'organismo
il tempo di adeguarsi alle mutate condizioni. Negli
equipaggi degli aerei transcontinentali, che sono esposti
professionalmente a rapidi e ripetuti cambiamenti nei
fusi orari, il sonno è fortemente compromesso
per durata e qualità. Ciò rappresenta
un fattore di rischio notevole, perché influenza
negativamente il livello di vigilanza e le prestazioni
psicofisiche, fondamentali in questo tipo di professione.
Per ovviare all'inconveniente, i piloti professionisti
si concedono un sonno 'anticipatore' di 3-4 ore prima
di un volo transcontinentale.
I
turni di lavoro
Anche il lavoro a turni disturba l'orologio biologico,
ma rispetto ai cambiamenti di fuso orario offre il vantaggio
di una maggiore regolarità.
I lavoratori dei turni di notte lamentano sonnolenza,
senso di stanchezza e uno scadimento generale delle
prestazioni psicofisiche, specialmente nelle ultime
ore della notte. Esiste perfino un disturbo degli infermieri
chiamato paralisi del turno di notte, che rende il soggetto
incapace di rispondere a uno stimolo abituale, come
la chiamata di un paziente, pur essendo sveglio e cosciente.
Le statistiche provano l'importanza del problema, e
basti pensare che proprio di notte sono avvenuti incidenti
a reattori nucleari tra cui quelli di Chernobyl e di
Three Miles Island, dove il segnale di guasto emesso
dalle apparecchiature di controllo non fu percepito
dal personale di turno.
Il sonno diurno non riesce a sostituire efficacemente
quello notturno, in quanto più breve, frammentato
e con meno fasi di sonno profondo e REM.
I riflessi negativi sulla qualità della vita,
dal punto di vista relazionale e fisico, sono notevoli.
I turnisti sono in genere più irritabili, hanno
maggiori difficoltà nelle relazioni sociali e
sono più esposti a malattie cardiovascolari,
gastriti e disturbi intestinali. Nelle donne sono più
numerosi i parti prematuri.
Nell’impossibilità di cambiare i turni
di lavoro, la fototerapia si e rivelata molto efficace
per riallineare rapidamente l'orologio biologico.
L'insonnia
cronica
II disturbo cronico o persistente del sonno è,
nella maggior parte dei casi, legato a un'alterazione
dell’orologio biologico interno.
L'insonnia persistente viene definita anche primitiva
o abituale. Questa forma si osserva sovente in soggetti
apparentemente sani, per i quali costituisce l'unica
forma di malessere. Tuttavia è sufficiente un
esame più approfondito perché si rivelino
componenti ansiose o depressive. L'insonnia primitiva
può presentarsi indifferentemente come insonnia
da addormentamento, da risveglio precoce o intermittente,
e spesso resiste ai trattamenti di tipo farmacologico.
Se l'insonnia si protrae nel tempo e non è chiaramente
riconducibile a fattori esterni perturbanti, è
necessario procedere a un'indagine per scoprirne le
cause organiche o psichiche.
I
sonniferi: un rischio peggiore del male?
Farmaci ipnotici o ansiolitici non vanno assolutamente
assunti per automedicazione, ma solo se prescritti dopo
accurati accertamenti medici.
A volte, infatti, un'indagine approfondita scopre che
l'insonnia grave lamentata dal paziente non esiste.
Non è infrequente che persone fermamente convinte
di non dormire più di 4 ore per notte risultino,
a un esame polisonnigrafico, dormire invece regolarmente.
In questo caso, a essere alterato non è il sonno,
ma la sua percezione soggettiva e le componenti qualitative.
Gli 'insonni soggettivi' si riconoscono anche dal fatto
che il loro livello di vigilanza diurno è stabile
e normale, contrariamente a quello dei veri insonni.
Usare impropriamente i sonniferi presenta un altro rischio:
i farmaci che inducono il sonno hanno l'inconveniente
di ridurre in modo significativo la percentuale di sonno
REM, il che produce un'insonnia soggettiva di rimbalzo;
per quanto le ore di sonno effettivo siano vicine o
addirittura superiori alla media, la sensazione di spossatezza
persiste al punto di indurre l'assunzione di un'ulteriore
e più massiccia dose di psicofarmaco, con la
conseguenza di aggravare l'insonnia.
Anche la brusca interruzione dell'assunzione di psicofarmaci
ipnotici ha un effetto di rimbalzo, che aggrava l'insonnia
precedente e la 'arricchisce' talvolta di sogni d'angoscia
e incubi.
Quando
si dorme troppo: l’ipersonnia
A volte ci affligge una certa sonnolenza quando, per
un motivo qualsiasi, abbiamo accumulato un considerevole
debito di sonno, dormendo poco e male per qualche giorno,
oppure in occasione di eventi particolarmente noiosi
e che si protraggono troppo a lungo. In questo caso,
l'intrusione nella veglia di uno stato di preparazione
ai sonno ci segnala che abbiamo assolutamente bisogno
di recuperare, se vogliamo che le nostre prestazioni
psicofisiche tornino normali.
Esistono però forme di ipersonnia patologica,
dovute a una disfunzione del sistema nervoso centrale,
caratterizzate da un'eccessiva sonnolenza diurna non
attribuibile a cause mediche, psichiche o tossiche.
I medici distinguono due tipi di ipersonnia; il tipo
idiopatico (che cioè non deriva da altre malattie)
e quello periodico o ricorrente. Una forma più
grave di ipersonnia è la narcolessia.
L'ipersonnia idiopatica. Chi ne soffre lamenta episodi
di sonno diurno prolungato e non riposante, preceduto
da un lungo periodo di sonnolenza, spesso associato
a cefalea. Il sonno notturno è apparentemente
normale ma il risveglio è lento, e la persona
rimane a lungo in uno stato di torpore e confusione.
Le fasi di sonno non REM sono particolarmente prolungate,
e possono arrivare a 2 ore.
L'ipersonnia ricorrente. Il disturbo è caratterizzato
da periodi ricorrenti di estrema sonnolenza, con un
esagerato bisogno di sonno.
Gli episodi si presentano mediamente due volte l'anno
(talvolta anche più spesso, ma sempre a cadenza
periodica) e durano qualche giorno. Il soggetto arriva
a dormire da 18 a 20 ore il giorno, svegliandosi solo
per i bisogni fisiologici indispensabili (mangiare,
eccetera).
La narcolessia. A differenza delle altre ipersonnie,
dipende da una disfunzione dei circuiti cerebrali primari
del sonno. I sintomi, vistosi e inconfondibili, derivano
dall'improvvisa intrusione di una fase REM nello stato
di veglia, un fenomeno normale nei neonati, ma del tutto
anomalo negli adulti. L'ingresso improvviso nella fase
REM impedisce al soggetto di rendersi conto che sta
sognando, e le immagini oniriche si configurano come
allucinazioni quasi sempre terrificanti, a base di animali
sconosciuti e minacciosi, luci e oggetti inquietanti.
Alcuni riferiscono di sentirsi svegli ma completamente
paralizzati, incapaci di reagire, di parlare e in preda
alla paura di morire.
In alcuni casi, tali fenomeni sono accompagnati da crisi
di paralisi, che può durare da pochi secondi
a qualche minuto; la persona si accascia a terra, pienamente
cosciente ma impossibilitata a muoversi.
Il
microsonno
Un fenomeno tipico dopo una lunga privazione di sonno
in conseguenza di un'insonnia persistente è quello
dei lapses, piccoli episodi di interruzione del livello
di vigilanza da svegli. I lapses sono veri e propri
microsonni, che tendono a diventare più frequenti
e più lunghi man mano che la privazione di sonno
si protrae nel tempo. Quando ci si risveglia da uno
di questi microsonni, si può scoprire di non
ricordare assolutamente ciò che si è verifìcato
poco prima, di avere cioè una piccola amnesia.
Un esame elettroencefalografico evidenzia inoltre una
netta riduzione dell'attività di fondo del ritmo
alfa, con un tracciato molto simile a quello che si
rileva dopo un'intossicazione alcolica.
Altri
tipi di insonnia
Oltre che per la durata, le insonnie si distinguono
in:
• insonnia da addormentamento ritardato;
• insonnia da risveglio precoce;
• insonnia a intermittenza.
Stabilire di quale tipo d'insonnia si tratta è
il primo passo verso la soluzione del problema. In altre
parole, siamo 'gufi' o 'allodole'?
L'insonnia
da addormentamento ritardato
II sonno dei 'gufi' (questi uccelli, com'è noto,
sono notturni, e ben simboleggiano dunque questo tipo
di insonnia) è caratterizzato dall'incapacità
di addormentarsi prima che albeggi. Quando finalmente
interviene il sonno, esso si protrae indisturbato per
le successive 7-8 ore. È la sindrome da sonno
ritardato (DSPS, Delayed Sleep-Phase Syndromé),
dovuta allo spostamento in avanti di 4-5 ore del ritmo
sonno-veglia rispetto a quello buio-luce.
La DSPS s'instaura spesso negli studenti e nelle persone
che non hanno rigidi orari di lavoro e possono 'godersi
la notte', dormendo poi indisturbati il mattino seguente.
A lungo andare, le abitudini notturne mutano i punti
di riferimento esterno abituali e finiscono con lo stabilizzare
un ritmo circadiano alterato. Con l'ingresso nel mondo
del lavoro, la necessità di alzarsi presto il
mattino mette in evidenza il problema.
Incapaci, per quanti sforzi facciano, di anticipare
l'ora dell'addormentamento, i 'gufi' sono in costante
debito di sonno, che non viene recuperato da eventuali
dormite prolungate nei fine settimana. Insonnoliti e
poco efficienti nella prima parte della giornata, diventano
brillanti nel pomeriggio, quando scatta la sveglia del
loro 'orologio biologico'. La sera li trova vigili,
eccitati, in piena attività. La consapevolezza
della necessità di addormentarsi relativamente
in fretta per dormire un numero ragionevole di ore non
fa che aggiungere ansia al problema, peggiorando la
situazione.
Anticipare l'ora di coricarsi è del tutto inutile
e frustrante. Buoni risultati si sono ottenuti con la
cromoterapia, con l'utilizzo di melatonina a basso dosaggio
e con la fototerapia. Fare esercizio fisico nelle ore
immediatamente precedenti il riposo è invece
una pessima idea, perché la stanchezza muscolare
viene ampiamente superata dall'eccitazione psichica
indotta dallo sport.
I
problemi causati dalla veglia prolungata
La quantità di veglia che precede il sonno influenza
direttamente il periodo di tempo impiegato per addormentarsi,
detto latenza di sonno. Dopo una veglia prolungata,
inoltre, si modificano in misura notevole gli elementi
qualitativi del sonno', la prima notte dopo la veglia
è caratterizzata da un aumento del sonno non
REM, in particolare dello stadio 4 di sonno profondo
(si veda il capitolo 'Che cos'è il sonno'), e
da una diminuzione del sonno REM. Il che spiega come
mai, dopo una veglia prolungata, si abbia la sensazione
di dormire male, e come possa diventare difficoltoso
ritrovare una qualità del sonno sufficientemente
buona. La sensazione di dormire male accentua l'ansia
legata alla paura di ciò che avverrà la
notte successiva, aumentando le probabilità di
innescare una vera e propria insonnia da addormentamento.
Le
insonnie primarie
Sono una variante dell'insonnia da addormentamento ritardato.
L'insonnia primaria psicofisiologica, detta anche insonnia
appresa o condizionata, rappresenta il 15% circa delle
insonnie, e affligge le persone che vivono una costante
sensazione di angoscia e tensione nei confronti del
fatto stesso di andare a letto e mettersi a dormire.
Diversamente da quel che avviene nella DSPS, il soggetto
è insonnolito all'ora di coricarsi, ma non appena
si mette a letto si ritrova improvvisamente sveglio,
irrequieto, incapace di dormire. Si tratta di persone
che manifestano ansia generalizzata, spesso somatizzata
in cefalea, tensione muscolare, irrequietezza motoria.
Non di rado coloro che soffrono di questo particolare
disturbo dormono meglio quando si trovano in situazioni
insolite o in un ambiente estraneo, vale a dire nelle
circostanze in cui gli altri faticano a prendere sonno.
Chi soffre di insonnia psicofisiologica nutre nei confronti
del proprio problema un'attenzione ossessiva, che si
estende anche all'ambiente in cui si svolge il dramma
notturno dell'insonnia e agli oggetti presenti sulla
scena; in un ambiente estraneo, ovviamente, i segnali
ambientali e i riferimenti abituali del condizionamento
vengono a mancare, e questo causa un allentamento della
tensione e promuove il sonno. L'insonnia psicofisiologica
causa irritabilità e ansia nella vita diurna.
L'insonnia primaria idiopatica è invece l'incapacità
permanente di dormire in modo soddisfacente. E’
un disturbo poco diffuso, caratterizzato dal fatto di
comparire già nell'infanzia.
Per risolvere le insonnie primarie, è necessario
affrontarle con una terapia di tipo psicologico.
L'insonnia
da risveglio precoce
Contrariamente ai 'gufi', le 'allodole' (uccelli notoriamente
mattinieri, emblema dunque degli insonni che si risvegliano
precocemente) non hanno alcuna difficoltà ad
addormentarsi, e spesso avvertono il bisogno di coricarsi
molto presto. Ma alle prime luci dell'alba si svegliano,
e non riescono più a riprendere sonno. Diffusa
tra le persone anziane, la sindrome da sonno anticipato
(ASPS, Advanced Sleep-Pbase Syndrome) è meno
disturbante della simmetrica sindrome da addormentamento
ritardato, perché non interferisce con le attività
lavorative. Può però influire negativamente
sui rapporti sociali o matrimoniali, specialmente se
uno dei due è un 'gufo' e l'altro un'allodola'.
Nelle persone giovani il disturbo può dipendere
da uno sfasamento in avanti del ritmo circadiano, ma
talora nasconde uno stato depressivo latente.
Per risolvere questo problema sono efficaci, secondo
i casi, le crono-fototerapie o le terapie psicodinamiche.
L'insonnia
a intermittenza
In questo tipo di insonnia, l'addormentamento non presenta
particolari difficoltà, ma il sonno è
continuamente interrotto da risvegli senza causa apparente,
di durata variabile da pochi minuti a un'ora. Successivamente
il sonno riprende, per interrompersi poi nuovamente.
Questo tipo di insonnia è causato da uno stato
di sovreccitamento del sistema nervoso, che rende la
persona ipersensibile agli stimoli interni ed esterni.
Anche i meccanismi di difesa del sonno risultano alterati:
la barriera sensoriale non è abbastanza efficiente
da impedire a stimoli di poco conto di dare l'allerta.
Le cause possono essere neurologiche o psicologiche,
legate a una personalità molto ansiosa e affetta
dal bisogno di tenere tutto sotto controllo.
La terapia consigliata per questo disturbo è
prevalentemente di tipo psicodinamico o sistemico.