L'uso di sostanze capaci di assicurare il sonno è
molto antico. I primi rimedi furono l’oppio e
i suoi derivati, come la morfina, che prende il nome
appunto da Morfeo, il dio greco dei sogni, per la sua
capacità di generare, oltre al sonno, visioni
fantastiche simili a quelle oniriche. Nella farmacia
delle nostre nonne, non mancava mai una bottiglia di
laudano, una tintura di morfina usata per curare i disturbi
di stomaco, per distendere i nervi e per assicurare
sonni tranquilli.
Il problema dei derivati dell'oppio, che sono vere e
proprie droghe, è che causano rapidamente assuefazione,
dipendenza e alterazioni dell'umore.
Il loro effetto dura molte ore; ad alte dosi possono
provocare il coma e addirittura la morte.
Le
prime sostanze di sintesi: bromuro e barbiturici
Nel 1869 comparve il primo farmaco di sintesi: l'idrato
di cloralio, classificato come “sale di bromuro”.
Come le morfine, dava dipendenza, ed era altrettanto
pericoloso in caso di sovradosaggio.
Ma la sua diffusione fu tale che il termine “bromuro”
è entrato nel vocabolario come sinonimo di tutto
quanto è sedativo del sistema nervoso.
Nel 1903 fu sintetizzato il barbital, capostipite di
una lunga serie di sostanze chiamate barbiturici, che
furono ampiamente utilizzate contro i disturbi del sonno
fino agli anni Settanta del secolo scorso, quando furono
soppiantati dalle benzodiazepine.
I barbiturici nacquero come anestetici, perché,
deprimendo il sistema nervoso centrale, producono, ad
alte dosi, uno stato di incoscienza. A basse dosi, invece,
hanno un effetto disinibente, tanto che erano utilizzati
dagli psichiatri durante le sedute di psicoterapia,
per superare le inibizioni dei pazienti, diventando
celebri come “sieri della verità”.
I
barbiturici: farmaci molto pericolosi
Ben presto fu chiaro che anche i derivati del barbital
erano pericolosi: l'assuefazione insorgeva rapidamente,
e nel giro di una sola settimana era necessario aumentare
la dose di farmaco per avere l'effetto desiderato. Inoltre,
avevano un effetto euforizzante che ne incoraggiava
l'abuso, aumentando i rischi di overdose accidentale.
Tanto più che la differenza tra quantità
terapeutica e quantità letale è piuttosto
piccola: la morte può arrivare a dosi che superino
di sole 10 volte quelle terapeutiche, ed è facile
sbagliare, specialmente se la sostanza viene ingerita
assieme all'alcol.
L'effetto sul sonno e i suoi cicli era comunque devastante.
I barbiturici eliminano infatti la fase REM durante
le prime notti d'impiego, procurando un sonno comatoso
che non riposa la persona e deprime il tono dell'umore.
La fase REM tuttavia non può essere impedita
a lungo, quindi dopo alcune notti riemerge, proprio
nelle prime ore del mattino, quando l'azione del farmaco
si esaurisce.
I sogni sono vividi e angosciosi, e la persona è
indotta ad aumentare la dose per liberarsene. Sospendendone
l'assunzione, si ha un effetto di rimbalzo REM per molte
notti che si aggiunge all'insonnia di rimbalzo, e il
sonno si riduce a pochi frammenti popolati da incubi.
Sospendere l'uso dei barbiturici è dunque molto
difficile e deve essere fatto gradualmente, sotto controllo
medico.
Le
benzodiazepine
Alla fine degli anni Sessanta nuovi farmaci soppiantarono
i pericolosi barbiturici: le benzodiazepine. Le prime
nacquero come farmaci ansiolitici. Le loro proprietà
sonnifere non erano che un effetto “collaterale”
di quello antiansia e miorilassante. I medici le prescrivevano
facilmente perché non davano tolleranza, quindi
non era necessario aumentare le dosi con il tempo; inoltre,
suicidarsi con le benzodiazepine è quasi impossibile.
Restava il problema dell’emivita del farmaco,
vale a dire il tempo impiegato dall'organismo a smaltirlo.
Rimanendo a lungo in circolo, poteva infatti interferire
con il periodo di veglia, con conseguente abbassamento
della vigilanza e delle prestazioni mentali. Per ovviare
a questo inconveniente sono nati nuovi farmaci a emivita
medio-breve e ultra-breve.
Benzodiazepine a emivita lunga. Vengono tuttora utilizzate
quando è necessario mantenere un effetto antiansia
durante il giorno, anche perché rispetto alle
altre danno meno insonnia di rimbalzo quando vengono
sospese (vantaggio importante per le persone che soffrono
d'insonnia e contemporaneamente di ansia). Sono controindicate
per gli anziani, perché il lungo persistere del
farmaco in circolo diminuisce la vigilanza e aumenta
il rischio di disturbi neurovegetativi e di stati confusionali
durante il giorno.
Benzodiazepine a emivita medio-breve. Hanno le stesse
caratteristiche di quelle a emivita lunga, anche se
il periodo di persistenza in circolo è minore,
e sono considerate farmaci ipnotici.
Benzodiazepine a emivita ultra-breve. Sono indicate
per gli anziani e per chi di giorno svolge un lavoro
che richiede prontezza di riflessi.
Non influenzano le prestazioni psicofisiche, anzi, a
volte le migliorano e non danno accumulo. Sono sospettate
di dare luogo a fenomeni paradossi di ipereccitazione
e aggressività. Vengono utilizzate particolarmente
nelle insonnie da addormentamento.
La
cura del sonno
Intorno agli anni Settanta del secolo scorso arrivò
dagli Stati Uniti una grande novità, che prometteva
di risolvere una volta per tutte, e in breve tempo,
non solo le insonnie di ogni tipo, ma anche gli esaurimenti
nervosi, le depressioni e persino alcune patologie mentali.
La cura prevedeva il ricovero in un ospedale, e consisteva
nell'induzione farmacologica di un lungo periodo di
sonno continuativo, che poteva protrarsi anche per una
settimana o essere alternato da brevi periodi di veglia,
secondo i casi.
L'efficacia della cura si rivelò ben presto meno
valida delle aspettative. Lo stato di sedazione continua,
necessario per mantenere il paziente addormentato, presentava
inconvenienti: innanzi tutto la qualità del sonno
non era buona, a causa dell'alterazione delle fasi causata
dall'effetto dei farmaci ipnotici. Inoltre i pazienti,
una volta dimessi, accusavano insonnia di rimbalzo,
confusione mentale e stati di depersonalizzazione. Si
constatò che la cura non solo non era risolutiva,
ma poteva rivelarsi peggiore del male, e la pratica
venne quasi completamente abbandonata riservandola a
pochi casi di patologie mentali importanti.
Gli
effetti delle benzodiazepine sul sonno
Le benzodiazepine provocano un costante aumento di tempo
totale di sonno; diminuiscono il tempo impiegato ad
addormentarsi, i risvegli notturni e i movimenti corporei
globali.
Il sonno lento (fasi 3 e 4) è percentualmente
diminuito a vantaggio del sonno leggero, ma è
più stabile; si verifica una leggera diminuzione
della fase REM.
Gli effetti collaterali dipendono dal dosaggio, dall'età
e dal metabolismo della persona. L’effetto paradosso,
con insonnia di primo mattino e ansia del giorno dopo,
può portare a crisi di aggressività e
autoaggressività, specie con i farmaci a emivita
breve. Inoltre, in caso di sospensione, l'insonnia aumenta
per l'effetto di rimbalzo da abitudine al farmaco.
Altri effetti indesiderabili sono: un certo deterioramento
della memoria a breve e a lungo termine che può
arrivare a episodi di amnesia globale transitoria; fenomeni
di fotofobia e iperalgia per l'abbassamento della soglia
percettiva sensoriale.
Questi farmaci non vanno mai usati nei forti russatori,
perché il loro effetto miorilassante può
scatenare episodi di apnea nel sonno.
La brusca sospensione causa variazioni dell'equilibrio
psicofisico e a volte sintomi di astinenza. Circa il
40% dei pazienti presenta sintomi da sospensione, che
possono persistere per un periodo da 6 mesi a 4 anni,
a seconda della durata del trattamento.
Gli
antidepressivi
Se un farmaco ipnotico non funziona, l'insonnia dipende
da una depressione sottostante; in questo caso, sotto
stretto controllo medico si usano farmaci antidepressivi.
I nuovi farmaci ipnotici non sono pericolosi come quelli
di un tempo, ma non è mai bene abusarne o utilizzarli
in modo improprio. E meglio assumerli per brevi periodi,
quando sia necessario spezzare un circolo vizioso di
insonnia, poi sospenderli non appena il sonno si sia
assestato, anche perché l'insonnia di rimbalzo
e i sintomi di astinenza compaiono solo dopo 3-4 mesi
di assunzione.