(CON PESCI, API E MOSCHE)
“Misture
di miele e zucchero, veleno d’api, saliva di sanguisughe.
Sono vecchi rimedi oggi gettonati dalla moderna medicina.
Ma sono davvero efficaci?”
Ecco che cosa emerge dai
laboratori di ricerca.
C’è una branca della medicina che non è
fatta di interventi a "cuore aperto", di farmaci
biotecnologici o di test eseguiti con macchinari ultra
moderni, ma di vecchie cure, che hanno come protagonisti
piccoli animali: minuti pesci capaci di pulire come
spazzini la pelle da cellule morte e batteri, per esempio.
Ma anche sanguisughe, larve di mosche, api.
La bioterapia, ovvero l'uso di animali viventi e dei
loro prodotti per curare le malattie dell'uomo, viene
sempre più in aiuto della medicina moderna.
Un esempio?
Il miele e lo zucchero, utilizzati ancora oggi in ospedali
e istituti geriatrici del nostro Paese per guarire ferite
infette, ustioni, piaghe da decubito ed evitare la formazione
di cicatrici deturpanti.
La ricetta è antichissima: la mistura, composta
per 1/3 da miele e per 2/3 da grasso animale. Il suo
potente effetto sterilizzante è stato confermato
da alcuni esperimenti eseguiti a Boston: è stato
preparato un amalgama di miele e burro che è
stato aggiunto a una coltura di batteri tra i più
pericolosi, composta da Escherichia coli, fonte di infezioni
intestinali, e stafilococchi, causa di infezioni cutanee
e delle vie respiratorie. I risultati sono stati sorprendenti:
nell'arco di un paio di giorni i germi si sono azzerati.
La mistura di miele e zucchero funziona anche sulla
pelle. A sostenerlo sono due medici del Mississippi,
che hanno testato le sue proprietà su più
di 700 pazienti; ebbene, il miele e lo zucchero guariscono
le ferite nel 98% dei casi, più efficaci degli
antibiotici che curano il 90% delle lesioni, e molto
più economici.
Inoltre durano a lungo e il loro uso non causa complicanze.
Proteggono infatti le ferite dalle infezioni nello stesso
modo con cui conservano le marmellate e le gelatine:
creano intorno ai batteri un'elevata pressione osmotica,
che richiama acqua all'esterno delle loro cellule fino
a disidratarle e a farle morire. Ma non solo. Il nettare
delle api previene la crescita dei batteri grazie a
una sostanza, l'inibina, che attiva un enzima, la glucosio-ossidasi,
capace di trasformare il glucosio e l'ossigeno in un
disinfettante (acqua ossigenata) e in un antibiotico
(gluconolattone).
La capacità di ripulire le ferite dai batteri
appartiene anche alle larve delle mosche, che da dieci
anni a questa parte sono state reintrodotte con successo
in più di 400 ospedali inglesi. Le sostanze che
producono, arrestano la crescita dei germi e disinfettano
meglio degli antibiotici, che possono essere risparmiati
se questi animaletti ancora in larve sono prontamente
applicati su una ferita infetta. Ma è sulle api
che ci si sta concentrando maggiormente. Non c'è,
infatti, solo il miele. Le api sono, per esempio, sempre
più impiegate per alleviare i dolori alle articolazioni
tanto che le persone che si lasciano trafiggere dai
loro pungiglioni, nel nostro Paese, sono raddoppiate
rispetto a 10 anni fa. Sono usate soprattutto in Usa,
e annoverate in Russia tra le cure riconosciute dallo
Stato. In Italia il loro impiego è invece più
recente ed è ostacolato negli ospedali per motivi
di copertura assicurativa contro gli shock anafilattici
e le reazioni allergiche che le punture delle api possono
dare. Un inconveniente, quest'ultimo, che si può
evitare sottoponendosi prima di ricevere la prima puntura
a un esame del sangue.
Ma perché l'apiterapia
è sempre più gettonata?
Il veleno degli abitanti dell'alveare stimola le ghiandole
surrenali a produrre un'elevata quantità di cortisone
naturale, che si mantiene nel circolo sanguigno per
oltre una settimana. Così dalle api si ottiene
un potente antinfiammatorio, un buon antidolorifico
e un ottimo miorilassante. Inoculare questo veleno,
sostengono numerosi studi che risalgono a molti anni
addietro, è un utile rimedio per trattare malattie
reumatiche, sciatalgie, lombalgie, periartrite e dolori
alla cervicale.
Una puntura d'ape contiene 1 parte su 10.000 di veleno,
costituito da acqua, istamina, acido formico, acido
cloridrico e apamina, una proteina che agisce sul sistema
nervoso; il pungiglione può provocare una reazione
locale, che si manifesta con dolore intenso e prurito
nella parte trafitta, ma in genere si risolve da sola
in poche ore o con impacchi di acqua fredda e decotti
di camomilla. Gli stessi effetti si possono avere più
tardi, dopo 6-24 ore dalla puntura. Lo shock anafilattico,
la reazione allergica acuta al veleno delle api, è
raro, e si contrasta con un' iniezione di adrenalina.
Dopo aver punto un tessuto umano, l’ape muore;
lo sforzo di allontanarsi dalla vittima fa si che esse
si strappino il pungiglione, parte dell'addome e dell'intestino.
Per questo ogni ape può pungere l'uomo una sola
volta.
Carpe (pesci) contro la
psoriasi
Piccole carpe lunghe appena 5-10 cm, sono gli insoliti
guaritori della psoriasi. Appena la persona malata si
immerge nelle sorgenti del Caucaso, dove vivono, arrivano
numerose e puntano dritto al loro pasto; munite di varie
bocche a ventosa diffuse sul ventre, e abituate a staccare
dalle rocce il loro cibo o lo zooplancton, sanno già
come fare per ripulire la pelle dalle indesiderate squame.
Con meticolosa pazienza staccano e ingeriscono le cellule
morte. Un sistema che porta via parecchio tempo per
avere un risultato: almeno 21 giorni e due sedute al
giorno di 4 ore l'una.